Giornate degli autori 2026 a Venezia: la memoria di Gosetti e il concorso tra sradicati e visioni
La 23ª edizione delle Giornate degli Autori al Festival di Venezia, dedicata a Giorgio Gosetti, presenta una selezione che privilegia la voce femminile e le cinematografie di confine.
Il programma è stato annunciato a Roma il 22 luglio, ma l’anima delle Giornate degli Autori si muove da tempo su altre coordinate. Non serve un’agenda ufficiale per capire che la sezione parallela di Venezia ha scelto la continuità come atto politico. Ventitré anni dopo la sua nascita nel 2004, su modello della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e promossa da ANAC e Associazione 100autori, la rassegna torna dal 2 al 12 settembre con una direttrice artistica che non ha bisogno di presentazioni: Gaia Furrer. E con un lutto che non è stato rimosso, ma elevato a bussola. L’intera edizione è dedicata alla memoria di Giorgio Gosetti, fondatore, delegato generale e presidente scomparso a marzo 2026. La sua esortazione finale, “non mollate!”, pronunciata tra il bonario e l’imperativo negli ultimi giorni di festival, non è più un consiglio di colleghi. È un ordine morale per chi deve costruire la prossima stagione del cinema indipendente.
Un lascito che non si arrende
Le Giornate degli Autori hanno sempre vissuto nell’ombra della Mostra principale, ma quest’anno l’assenza di Gosetti rende quell’ombra molto più densa. Non si tratta di nostalgia istituzionale, ma di una presa di posizione strutturale. In un ciclo cinematografico che tende a omologare la programmazione attorno al marketing e alle anteprime stellari, la sezione autonoma conferma la sua vocazione a essere un laboratorio di sguardi liberi. Proiezioni nella Sala Perla del Palazzo del Casinò e nei locali della Villa degli Autori non saranno mai semplici vetrine. Sono spazi dove il cinema cerca se stesso prima di cercare il pubblico. La scelta di mantenere l’indipendenza gestionale e artistica, pur rimanendo nell’alveo della Biennale diretta da Alberto Barbera, è una scommessa che va difesa a parole e con i fatti. Come ho già scritto analizzando la Settimana Internazionale della Critica, le sezioni parallele sono il vero termometro del cinema contemporaneo: qui si misurano i rischi, non i budget.
La selezione: numeri, donne e terre di confine
I numeri della 23ª edizione parlano chiaro. Da 1.036 candidature pervenute da 114 Paesi è nata una selezione che privilegia la presenza femminile e l’identità italiana. Quattordici dei venticinque film in anteprima mondiale sono firmati da donne, mentre tredici titoli sono di nazionalità italiana. Il regolamento è rigido: lungometraggi minimi di sessanta minuti, realizzati dopo il 30 settembre 2025, proiettabili in DCP. Per gli autori italiani vale l’anteprima assoluta; per gli stranieri la direzione artistica concede flessibilità tra mondiale e internazionale. Questa architettura non è burocrazia fine a se stessa. È un filtro che garantisce freschezza e urto narrativo. Al centro della kermesse si staglia Balcanica, unico film italiano in gara, opera prima di Nicola Sorcinelli con Matilda De Angelis nel cast e nella veste di produttrice associata. La trama non è un pretesto per il pathos: è una struttura narrativa che segue un direttore d’orchestra afgano e suo figlio, suonatore di tuba, alla deriva verso l’Europa dopo il divieto della musica in patria. Incontro, scontri e una dottoressa italiana che incrocerà le loro rotte sfuggenti. Il film non cerca la consolazione facile. Sorcinelli costruisce un percorso dove la fuga è metafora di un cinema che deve ritrovare il ritmo dopo anni di silenzi imposti. Accanto a lui, Babak Karimi, Ivar Wafaei e Giovanni Toscano confermano che il cast non è mai solo impalcatura, ma tessuto narrativo. Ad aprire il concorso sarà My notes on Mars di Lili Horvat, fantascienza con Mackenzie Davis e Rupert Friend. Un’apertura che delinea subito la vocazione della sezione: accogliere il genere senza sottometterlo al canone commerciale. Cinque eventi speciali, nove titoli per le Notti Veneziane nella Sala Laguna in accordo con Isola Edipo e un film di chiusura fuori concorso completano un quadro dove la diversità linguistica non è un optional.
Il cinema delle frontiere tra fiction e realtà
C’è chi obietta che Venezia abbia già una giuria internazionale presieduta da Maggie Gyllenhaal, con nomi come Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To. È vero, ma la confusione nasce da chi scambia i piani. La rassegna autonoma non ha una giuria in gara. Non ne ha bisogno. La selezione, curata da un comitato tecnico che opera sotto la direzione artistica di Furrer, e il suo giudizio non si misura con targhe o palme, ma con la capacità di tenere viva la domanda sul cinema futuro. Balcanica e gli altri nove film in competizione dimostrano che la frontiera oggi non è più geografica, ma formale. Si sposta dove il regista decide di rompere il patto col pubblico per costringerlo a guardare davvero. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale generativa promette contenuti infiniti e privi di attrito, come ho analizzato nel nostro report sul mercato in questo approfondimento, le Giornate degli Autori rispondono con la fatica necessaria della creazione umana. Non ci sono prompt qui. Ci sono registi che hanno scelto di lavorare su pellicola digitale o video, di girare in condizioni di precarietà, di affrontare temi scomodi senza il paracadute del distributore mainstream. La sezione non chiede scuse per non essere il festival principale. Chiede solo che si guardi al cinema come fatto culturale, non come prodotto di consumo estivo. Il programma ufficiale è stato presentato con la precisione di chi sa di dover resistere a un mercato che appiattisce tutto. Ventitré anni dopo, le Giornate degli Autori restano l’unico spazio a Venezia dove il cinema può ancora essere un atto di disobbedienza silenziosa. Gosetti ci ha lasciato un compito preciso: non mollare. Il programma di quest’anno lo prende sul serio, e lo traduce in proiezioni, incontri e una selezione che non scende a patti con la mediocrità.
Il cinema non è un luogo dove si va per trovare risposte, ma dove si impara a porre domande senza paura. Le Giornate degli Autori ce lo ricordano ogni settembre, prima che il mare Adriatico copra di rumore le sale del Casinò.
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