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Recensioni

Orgoglio e riscatto: il ritratto di Mary Bennet che Jane Austen non aveva tempo di disegnare

La serie The Other Bennet Sister smonta le convenzioni del regency drama restituendo voce a Mary Bennet. Un adattamento necessario, imperfetto ma cruciale.

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Orgoglio e riscatto: il ritratto di Mary Bennet che Jane Austen non aveva tempo di disegnare

Riprendere un pilastro della letteratura inglese come Orgoglio e pregiudizio non è un atto di omaggio, ma una scommessa ad alto rischio. Si rischia di cadere nella ripetizione estetica o nel revisionismo forzato che tradisce l’originale. The Other Bennet Sister, distribuita in Italia su Sky e NOW dal 26 settembre 2026 con il titolo Orgoglio e riscatto, non cerca di sostituire Lizzie Bennet, ma di restituire un volto a chi è stata relegata nell’ombra delle sorelle più brillanti. Mary Bennet, la studiosa goffa e incompresa, diventa qui il centro di una narrazione che non si accontenta di replicare le convenzioni del regency drama: le smonta. La serie, nata dal romanzo di Janice Hadlow e firmata alla regia da Jennifer Sheridan e Asim Abbasi, affronta il compito con una chiarezza chirurgica che, pur evitando le indulgenze del genere, paga spesso un prezzo in termini di respiro narrativo.

La prospettiva di Mary: tra convenzione e consapevolezza

Ella Bruccoleri non interpreta Mary Bennet come un ostacolo comico da superare, ma come una donna costretta a recitare una parte che le sta stretta fin dalla prima inquadratura. Il suo percorso di autocomprensione non è un viaggio verso la femminilità romantica, ma una lenta emancipazione intellettuale. La sceneggiatura di Sarah Quintrell e Maddie Dai ha il merito di evitare la trappola della narrazione sentimentale da manuale: Mary non cerca l’amore per colmare un vuoto, ma scopre il desiderio come estensione della propria autonomia. L’ambientazione a Londra, distante dalle campagne inglesi dei romanzi precedenti, funziona da specchiera sociale. Qui le convenzioni si mostrano nella loro meccanica fredda, e la protagonista impara a riconoscerle senza subirle. La regia di Sheridan e Abbasi insiste sui dettagli materiali: abiti che restituiscono un peso fisico, corridoi che diventano labirinti burocratici, sguardi che non cercano mai l’approvazione maschile ma la propria validazione. Mary non diventa più bella per essere amata; diventa intera perché smette di chiedere il permesso.

Il peso del Regency: come la serie smonta il mito matrimoniale

La produzione Bad Wolf, nota per la sua attenzione alle strutture narrative e al trattamento crudo delle dinamiche di potere, qui opta per un ritmo serrato. Dieci episodi da trenta minuti sono un contenitore stretto per una vicenda che nelle fonti letterarie richiederebbe ben più spazio. Quintrell ha ammesso la difficoltà di adattare un romanzo enorme a questa struttura, e si vede. Il risultato è un’opera che a volte procede per accenti piuttosto che per approfondimenti psicologici lineari. Le sorelle Bennet, interpretate con precisione da Maddie Close, Poppy Gilbert, Grace Hogg-Robinson e Molly Wright, non sono antagoniste ma pedine dello stesso sistema. La figura del padre, magistralmente resa da Richard E. Grant, esce dal cliché dell’irriverente distaccato per rivelare le sue complicità passive. L’unica via d’uscita che la serie offre è l’introspezione e la scelta di un percorso personale, lontano dalla gratificazione immediata che il mercato televisivo spesso impone. La colonna sonora di Anne Chmelewsky, elegante ma mai invadente, sottolinea questa tensione tra dovere e volontà individuale senza cadere nel melodramma da salotto.

Retelling o eco? I limiti di un adattamento in dieci puntate

Non tutto funziona. La compressione temporale trasforma alcuni momenti di svolta in tappe obbligate piuttosto che in scoperte organiche. Quando la narrazione si sposta verso Londra, il registro tende a farsi didascalico: le convenzioni sociali vengono spiegate più che vissute, e lo spettatore viene trattato come un visitatore curioso piuttosto che come un partecipante. Inoltre, la ricerca di una modernità nel linguaggio e nei temi talvolta urta contro l’estetica rigida dell’epoca, creando una dissonanza che la scenografia di Tim Dickel non riesce sempre a mediare. Eppure, il merito della serie sta nel suo coraggio formale: rifiuta di dare a Mary un lieto fine romantico standardizzato. Il vero riscatto non è sposarsi, ma diventare autore della propria esistenza. Questo adattamento dimostra che i grandi classici non sono mai stati scritti per essere replicati, ma per essere interrogati. Sebbene la forma a volte prevalga sulla sostanza emotiva, Orgoglio e riscatto rimane un’operazione necessaria, soprattutto in un panorama televisivo che confonde ancora l’empatia con il sentimentalismo. Il romanzo di Jane Austen, pubblicato il 28 gennaio 1813, ha generato una prima edizione italiana nel 1932; oggi, questa revisione ci ricorda che le domande lasciate in sospeso non sono mai obsolete, solo in attesa di un’interlocutrice pronta a farsi avanti.

“Non esiste un’opera classica che non sia stata, in fondo, un dialogo silenzioso con chi è venuto dopo. Mary Bennet ha aspettato due secoli per avere la parola.”

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#Orgoglio e riscatto #The Other Bennet Sister #Jane Austen #Serie TV #Retelling femminile

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